Un anno esatto fa ascoltavo Capossela. Tra due minuti uscivo a fare una passeggiata. Io, te, il cane e un freddo boia. Parlavamo della gente che fa bungee jumping dalle gru, di quella che va a fare la doccia con un tostapane sottobraccio, di quelli che appendono i rosari agli specchietti retrovisori. E di quella volta sulla fiat uno a metano che abbiamo sorriso all’autovelox. Il tuo stomaco cadeva a pezzi, te mi pregavi di smettere di farti ridere perché se no ti si staccavano i punti. Non si muore di affitto e di fame, dicevamo. Ce la possiamo fare da soli io e te, a fare qualsiasi cosa. Poi ci siamo persi. Entravi nei bagni dei bar e dicevi “io vado a farmi, te prendi qualcosa”. E tua mamma canticchiava battisti mentre ci faceva le lasagne. In pochissime parole, mi capita raramente di pensarti. Mi torni in mente quando sento il rumore della pioggia o quello della tosse. Quando piove, è la cerimonia di una storia che da qualche parte finisce. Ora dove sei?
[Grazie Vasco (quello vero). Grazie alle tue luci.]
Cosa vuol dire questa cosa di darsi, di prestarsi a qualcun altro a tempo indeciso ed impreciso? Scambiarsi i modi di dire e di fare. Soffrire e non darlo a vedere. Organizzare miseri giorni di ferie da dipendenti. Cercare qualche posto dove non sono stata e prenotare per piantare le bandiere su Marte. Prendiamoci un deltaplano, insieme. Mangiare fuori. La macchina in divieto di sosta e le quattro frecce che lampeggiano tutta la notte. I compleanni. Scambiarsi saliva e illusioni. Il desiderio di sentire il dolore al posto tuo. Metterti la mano davanti quando sbadigli. Cosa vuol dire? In cosa consiste? Te non mi dici niente, anche perché ora dormi. Ma non parli mai. Fermami quando trovi il momento in cui tutto può essere sopportabile, in cui lo stomaco non si complica, in cui non mi disidrato in litri di pianti. Facciamo una scatola di legno e scriviamoci sopra “perderemo”. Perché da ora in poi perderemo capelli e anni, forse i migliori, e un sacco di cose, e tanti amici. Vedremo insieme le macerie del paesaggio. Siamo anche le cose che perdiamo. Non c’è da aver paura. Ma io la capisco. La tua agitazione. Io lo so perché non me le dici quelle parole. Non farti prendere dal panico. Non farti prendere. Non farti prendere vivo. Però. Ora ho bisogno che te mi gridi qualcosa. Chilometri di righe confusionarie per dirti che io, il fatto che tu riesca a sbottonarmi la pelle, lo chiamo amore. Ma ora, gridami qualcosa. Una volta sola. Ti concedo il tempo impreciso di una sigaretta. Per decidere se starmi a mille chilometri di distanza o corrermi addosso. Magari questa volta non staccare il pezzetto in cima, falla durare di più, fumala con calma, alla mia finestra. E se dopo non sento niente, mi scrivo sulla fronte torno subito. Però poi, non torno mai.
Il cuore pieno come una discarica, un lavoro che ci uccide lentamente, lividi che non vogliono guarire. Ci va bene una vita tranquilla, una stretta di mano, un po' di monossido di carbonio, niente allarmi, nessuna sorpresa. Silenzio.