Fa caldo. La gente si stende sui lettini, si brucia la pelle sulla spiaggia, si fa le foto col telefonino e le manda agli amici, fuma sigarette light, ha in casa un telecomando per aumentare la velocità dell’aria. Deumidifica con scatoloni a corrente. Si sente stressata e tenta il suicidio con l’enterogermina. Parla della temperatura, delle trasmissioni in tv, si scambia con altra gente il numero di telefono.
Manca l’aria.
Lui è nato da una sperimentazione audace di una multinazionale senza scrupoli. Io sono stata creata dall’uomo, e mi sono adeguata. Sono più forte, più stupida, più goffa nei movimenti. Sono programmata per provare in continuazione sentimenti da fiction.
A lui l’aria manca, più che a tutti gli altri. Ha la bocca piccola, i polmoni che non sono abbastanza capaci per contenere tutta l’aria che gli serve. Sa contare con precisione quanta aria c’è in un posto e si accorge quando sta per finire. Mette gli spazi tra le righe per non farsi mancare l’aria. Odia chi ansima troppo, perché consuma troppa aria.
Si sposta ogni tanto, ma sembra sempre immobile.
Piazza morsi sulle sue prede, è sempre pronto ad attaccare, è malvagio, non percorre mai la strada più breve per arrivare alla preda, fa leva sull’inettitudine dei suoi nemici.
Io la sapevo questa cosa dell’aria, e una volta ho provato a soffocarlo, ma non ha funzionato.
Riuscirà ad ucciderlo solo chi centrerà il suo cervello con un proiettile. E chi ci riuscirà non dovrà sentirsi in colpa, anche se Lui è così bello.
Le persone fanno schifo, lo dici sempre. Sono aride, misere, si esprimono solo con versi e grugniti, mozziconi di parole slegate. Ero ottimista, una volta. Pensavo che fossero tutti astuti contraffattori. Oggi invece scopro l’ottusità, ed i loro stomaci troppo stretti. Sono grigi, sconci. Si chiudono in gabbie robuste, sono sonnolenti, costretti nella loro laboriosità futile, nella frenesia continua del corri * salta * vai in bagno a pisciare * guarda quella che tette * vendicati * mangia * difenditi * che freddo fa oggi * che vento * ho male a una gamba * sbarca il lunario * vestiti bene * sigaretta * attento che cadi * il cane ha cagato in cucina. Meriterebbero di morire con una proboscide annodata attorno al collo. Ho cercato di aggrapparmi ad una roccia, ma stanotte cedo, il mondo si stacca, sparisce, lontano. C’è qualcosa che mi trascina via, ho le vertigini, sento che cado, si distorce tutto. Sparisce. Nella nebbia, nel vuoto. La vita si confonde col resto. La battaglia è finita. La mia sofferenza non ha causa né fine. Ho lasciato troppo a lungo che gli insetti mi salissero addosso. Ho sognato una cella piccola, solo per noi due. Ogni notte vedo i tuoi occhi selvaggi e penso al tuo inutile dimenarti, come una balena trafitta dagli arpioni, come un cavallo strozzato da lacci troppo tesi sulla gola. Hai le mani incatenate al suolo, arranchi con le gambe mutilate. L’Arno stanotte è uno specchio liscio senza fondo. Questo è un bel posto, niente da dire, pieno di cose, pieno di cose. Mi hanno fatto compagnia due birre in lattina trovate per strada, una tazza di caffè di una guardia giurata napoletana, ed un ragazzo francese che nel buio mi ha bisbigliato i suoi segreti. Te che leggi ora, non farti domande. Le tue parole sono pungoli, ferri arroventati, tritacarne, spaccaossa, seghetti di precisione. Stanotte ho capito qual è il vuoto di cui parli. Un vuoto che quasi non ci credo.
Con te ci sono cresciuta. Ricordo tutti i giorni che abbiamo passato insieme, uno ad uno. E le tue parole, che non ho mai trascritto da nessuna parte, non ho mai salvato le modifiche a documento uno, ma che non riesco a dimenticare. Ma per la prima volta, non mi interessa quello che hai da dire. Perché vorrei che questo momento non finisse mai. La gente che hai visto ieri sera, io passerei la vita a stare immobile a guardarla. Perché loro sono rumore, applausi, grida, stupore. Hanno luci di posizione per far sapere dove sono e anabbaglianti per non perdersi nell’incanto di strade senza uscita. Mischiano i loro colori alla folla e non abbandonano la postazione dopo gli ultimi fuochi, rimangono lì a fissare il vuoto, perché i fuochi continuano ad immaginarli, più belli di quelli reali. Hanno negli occhi qualcosa di grande come mille campi da calcio e da golf. E forse ti sembrano superficiali, stupidi, dei bambini, che non si sanno vestire e comportare. E forse lo sono davvero. Ma per loro farei di tutto. Pensare che ci saranno strade che ci divideranno un giorno, come quella che ha diviso noi due, mi fa stare male. Ma non ci penso adesso. La vivo. Noi non lo sappiamo dove stiamo andando, ma ci andiamo fischiettando.
