Non è vero che sono cattiva come dici, appartengo solamente alla razza umana, e mi sono mangiata un pezzo della coscia, e non era niente male, niente male.
Ho dedotto che la mia fine è il mio principio, prova ne è il fatto che ognunque io utilizzi spessamente congiunzioni articolate e altri avverbi a caso tipo stupendevolmente [come dice carmen consoli] attraverso i quali mostro scaltritudine [intelligenza] con cui illustrerò la nuova missione, la mia soluzione, per un'estinzione della popolazione.
Mi mangio le unghie, mi mangio le mani, mi mangio gli occhi e la cassa toracica.
Non consumerò più niente che non sia me stessa.
Per cacciare le ossessioni mi divoro gli organi, per cercare di sparire consumerò la presenza fisica, per distruggere il rimorso mi sono morsa le mani e poi un polso ed ho affondato fino all'osso.
Non consumerò più niente che non sia me stessa.
E mentre pratico questo divertissement dell'autoantropofagia, e mentre autosuicido il mio corpo col cannibalismo di me stessa, riconosco in esso l'inequivocabile soluzione finale alla seguente lista di problemi del mondo che vado ad enunciare: l'autosufficienza - la sovrappopolazione - l'esaurimento nervoso e delle risorse d'energia - la lotta al consumismo - la polluzione - l'uomo fa cagare e dobbiam mandarlo via da questo mondo.
L'estinzione umana è dunque l'unico traguardo. Non consumerò più niente che non mi appartenga, non distruggerò più niente che non sia me stessa. Per chi già si consuma ogni giorno, per chi si sfinisce ogni giorno in pasto a se stesso.
Consumarsi ogni giorno per finirsi e per sfinirsi,
digerire il proprio corpo e smaltirlo ecocompatibilmente.
Perché mi sono insostenibile, perchè non ce la faccio più.
Mi mordo le mani, mi mangio i gomiti, ingoio il mio collo e poi non ci sono più.
C’è una gran confusione in questo mondo. Mi sta bene. Ci sguazzo come un tonno alla mattanza. Tanto siamo già morti. Penso a F-B. Lui struscia i piedi, gioca col fuoco. Vive così. Ha gli occhi melmosi, ma io sotto ci vedo qualcosa che brilla. Potremo brillare insieme, gli dico. Infilarci due petardi in tasca e schizzare alti in cielo, per poi esplodere. Non lo convinco. La sua non esistenza è senza di me. Non riesce a includermi nel prezzo. Vado avanti. Un passo dopo l’altro. Intorno tutto è sempre più inesistente, rarefatto, inconcludente. Un sacco di piazze di passeggio e di passaggio, che ti obbligano a non fermarti, senza neanche una cazzo di panchina. E l’illuminazione disordinata, le vetrine fluorescenti, le insegne decadenti. Accetto l’ospitalità dello scalino piscioso di una banca, mi siedo, mi arrotolo come un verme schiacciato al suo destino. Gente frenetica. Urlano come ranocchie. Fischiano nella mia testa come treni in continua partenza e in perenne ritardo. Io vi conosco e vi riconosco, vi guardo passare ogni sera, col passo sconnesso, senza posa né ritmo. Non vi accorgete di me, che sono prostrata ai vostri piedi, in un angolo, ipnotizzata dal crepitare e dallo sfavillare delle vostre scarpe, auspicando - da buona amica di cupido - matrimoni tra le merde dei cani e i vostri mocassini e tacchi a spillo. Sono la miglior spettatrice. Le vostre facce sono tutte uguali. Turisti del mordi e fuggi, dello sgancia il quattrino, scatta una foto e levati di culo. Il flash di un flash. Passato proiettato nel futuro. Il presente è un frullatore multifunzione. Guardo in alto e la sagoma del David mi fa cenno di no con la testa. C’era da aspettarselo. Gli chiedo di scendere dal piedistallo per venirmi a prendere a schiaffi, per svegliarmi da questo torpore schifoso, da questa nebbia. E per riportarmi a casa, raccontandomi tutto quello che ha visto da lassù in cima. Un giorno lo porterò via di lì. Andremo a giro noi 3. Andremo in sudamerica, da gente fatta di luce, la gente più vicina al sole mai esistita.